venerdì 31 ottobre 2014
giovedì 30 ottobre 2014
Prolisse, retoriche ridondanze.
Lo preannuncio, sarò prolissa, retorica, ridondante: perché in Italia, evidentemente, non lo si è in fondo mai abbastanza, dal momento che certi discorsi si torna sempre a rifarli.
Domenica sono stata a Palermo, tutto il giorno. In realtà, ho passato tutti i sabati e le domeniche di ottobre a Palermo. Da 9 anni la vivo ormai abitualmente, eppure non l'avevo mai conosciuta "bene", non come posso dire di conoscerla adesso, se non altro.
Ad ogni modo, domenica sono stata a Palermo, dicevo, tutto il giorno... Ed è stato come se non l'avessi mai vista prima.
Dalla prima volta che sono stata a Firenze (correva l'anno 1996, io avevo solo 10 anni!), mi sono innamorata di questa città. Ci sono stati parecchi altri ritorni e, dacché ricordi, ho sempre avuto fissa in testa l'idea di condurre lì la mia vita da adulta. Amavo (ed amo!) tutto di Florentia, patrimonio dell'umanità, culla del Rinascimento, di certo una delle città più belle del mondo... Per me, la più bella. Lo scorso aprile ci sono tornata per la trilionesima volta, rifacendo le cose che da 18 anni faccio: perdermi nel suo centro storico, visitare le sue chiese, ammirare i suoi palazzi... Fare la fila per gli Uffizi. La giustificazione ufficiale a questo "effetto rewind" è stata il mio fare da Cicerone all'amica con cui ero andata e che non era mai stata in Toscana, se non a Pisa, credo. Lei, che ha viaggiato più di me e che, pertanto, ha visto più cose di me, per quanto noi si abbia la stessa età, riteneva a tratti esagerato il mio entusiasmo per ciò che quella macchina del tempo (così ho sempre definito Firenze) offriva. Dal momento stesso in cui abbiamo deciso di fare questo viaggio, ho cominciato a parlarle della magnificenza degli Uffizi. Quando li abbiamo visitati, è quasi rimasta delusa... Sottolineo il "quasi", per carità. Insomma, le erano, ovviamente, piaciuti, ma non condivideva il mio stesso entusiasmo. Mi chiedevo come fosse possibile... E' presto detto. Lei, era reduce da un viaggio a Londra. Lì, giusto per fare un esempio, i musei sono del tutto gratuiti o, quanto meno, lo sono per chi non abbia ancora compiuto 25 anni. Da noi, al massimo, ti riducono il prezzo del biglietto. Anche se sei studente te lo riducono, il più delle volte, però, l'essere studente, per quanto condizione necessaria, non è sufficiente: devi anche dimostrare di studiare in facoltà che con l'arte e la storia c'entrino direttamente qualcosa. Per evitare la coda che, in genere, arriva fino a Piazza della Signoria, decidiamo di pagare un surplus per acquistare la prevendita e garantirci l'ingresso ad un orario stabilito. 12 euro (prezzo del biglietto) + 4 (surplus per la prevendita), a testa, per ritrovarci a fare comunque la fila: la suddetta fila, che dall'ingresso degli Uffizi arrivava fino a Palazzo Vecchio, era composta da turisti provenienti da ogni parte del mondo che avevano anch'essi acquistato la prevendita... Sul biglietto, avevamo tutti, rigorosamente, stampato un "ore 15.00" alla voce "orario di ingresso". Una volta dentro, orge di visitatori che stazionavano davanti ad ognuno di quei meravigliosi capolavori custoditi in quella galleria che per me era sempre stata come Disneyland agli occhi di un bambino. Avevamo anche preso l'audio guida... La metà delle stanze non erano affatto menzionate. I miei occhi erano sempre stati tanto abbagliati da quello splendore da non fare elaborare alla mia mente l'assurdità del tutto.
Cosa c'entra tutto questo con la mia domenica a Palermo? Oh, c'entra... Eccome!
Ho passato tutti i week end di ottobre in città, dicevo. Sono rimasta accecata da tutto quello che Palermo è: storicamente, architettonicamente, artisticamente, culturalmente. Sono stata accecata, come per diciotto anni mi aveva abbagliato Firenze e, ancora una volta, non avevo visto le falle.
Palermo non ha una pista ciclabile, ad esempio. Che c'entra? C'entra. Domenica era una giornata bellissima, come solo la nostra terra può regalarne ad ottobre, vuoi mettere la meravigliosa possibilità di godersela in sella ad una bicicletta?
Palermo è sporca, sporchissima. Palermo è sommersa dalla munnizza.
Palermo fa puzza. Due domeniche fa ho avuto il piacere di prendere parte ad una passeggiata culturale per le "vie del Gattopardo". Siamo stati in via Lampedusa, dove sorgeva Palazzo Lampedusa, dimora del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa: la guida ha dovuto spostarsi, con l'intero gruppo al seguito, per via della puzza che veniva fuori dai tombini della fognatura.
Palermo è abbandonata. Dall'amministrazione? Quasi certamente, ma anche (e cosa ben più grave) dai suoi cittadini (parte di essi, per carità!) che ne abusano non salvaguardandola. Visitare i giardini della Palazzina Cinese e guardandone inerme il degrado... Le scritte sui muri interni, la munnizza, le panchine sradicate, le fontane vuote.
Palermo è l'ombra di ciò che potrebbe essere... Palermo è l'ombra di ciò che dovrebbe essere.
Palermo è la "mia" città (donna di provincia sono, ecco il perché delle virgolette), quindi le mie parole potrebbero sembrare di parte. E' per questo che ho voluto citare prima Firenze, per fare capire che io sto parlando da italiana che ama l'Italia, da siciliana che ama la Sicilia, da "palermitana" che ama Palermo.
Amo questo stivale e le sue isole, di un amore che va oltre la ragione. Mentre tutti i miei coetanei vorrebbero scappare, io desidero restare. Mentre tutti i miei coetanei preferiscono pensare al loro futuro a prescindere dall'Italia, io penso a come far coincidere il mio futuro con quello di questo paese.
Questo articolo non vuole essere un "raccatta mi piace", ve lo assicuro, ma un urlo... Di rabbia.
Si, sono arrabbiata, di una rabbia nera. Anzi, io sono incazzata.
Sono incazzata perché derubata, da ladri che rimangono impuniti... Sono incazzata perché derubata da gente che mi deruba senza porsi troppi scrupoli. Sono derubata da gente che si autocelebra. Derubata, derubata, derubata.
Sono nata in Italia, accidenti. Sono nata in Sicilia... Io dovrei poterne fare un vanto. Devo, invece, chinare la testa: il mio paese è stato violentato, sfruttato, prosciugato. Il mio paese è stato svenduto a terzi dai suoi stessi figli (indegni) che vogliono poterne trarre il traibile a scapito di 60 milioni di persone per il vantaggio di poche centinaia di indegni (lo ribadisco!) eletti.
Viste le figure che si sono avvicendate all'interno del nostro governo negli ultimi anni (sia in senso figurato che letterale), lasciatemi usare una metafora che può essere facilmente compresa da tutti: l'Italia, come del resto la Sicilia, ha tutto e il contrario di tutto. L'Italia potrebbe essere una matrona, invece si accontenta di essere la puttana d'Europa.
"Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
mercoledì 13 agosto 2014
La parola io
La parola io
è un'idea che si fa strada a poco a poco
nel bambino suona dolce come un'eco
è una spinta per tentare i primi passi
verso un'intima certezza di se stessi.
La parola io
con il tempo assume
un tono più preciso
qualche volta rischia
di esser fastidioso
ma è anche il segno
di una logica infantile
è un peccato ricorrente ma veniale.
Io, io, io
ancora io.
Ma il vizio dell'adolescente
non si cancella con l'età
e negli adulti stranamente
diventa più allarmante e cresce.
La parola io
è uno strano grido
che nasconde invano
la paura di non essere nessuno
è un bisogno esagerato
e un po' morboso
è l'immagine struggente del Narciso.
Io, io, io
e ancora io.
Io che non sono nato
per restare per sempre
confuso nell'anonimato
io mi faccio avanti
non sopporto l'idea di sentirmi
un numero fra tanti
ogni giorno mi espando
io posso essere il centro del mondo.
Io sono sempre presente
son disposto a qualsiasi bassezza
per sentirmi importante
devo fare presto
esaltato da questa mania
di affermarmi ad ogni costo
mi inflaziono, mi svendo
io voglio essere il centro del mondo.
Io non rispetto nessuno
se mi serve posso anche far finta
di essere buono
devo dominare
sono un essere senza ideali
assetato di potere
sono io che comando
io devo essere il centro del mondo.
Io vanitoso, presuntuoso
esibizionista, borioso, tronfi o
io superbo, megalomane, sbruffone
avido e invadente
disgustoso, arrogante, prepotente
io, soltanto io
ovunque io.
La parola io
questo dolce monosillabo innocente
è fatale che diventi dilagante
nella logica del mondo occidentale
forse è l'ultimo peccato originale.
Io.
è un'idea che si fa strada a poco a poco
nel bambino suona dolce come un'eco
è una spinta per tentare i primi passi
verso un'intima certezza di se stessi.
La parola io
con il tempo assume
un tono più preciso
qualche volta rischia
di esser fastidioso
ma è anche il segno
di una logica infantile
è un peccato ricorrente ma veniale.
Io, io, io
ancora io.
Ma il vizio dell'adolescente
non si cancella con l'età
e negli adulti stranamente
diventa più allarmante e cresce.
La parola io
è uno strano grido
che nasconde invano
la paura di non essere nessuno
è un bisogno esagerato
e un po' morboso
è l'immagine struggente del Narciso.
Io, io, io
e ancora io.
Io che non sono nato
per restare per sempre
confuso nell'anonimato
io mi faccio avanti
non sopporto l'idea di sentirmi
un numero fra tanti
ogni giorno mi espando
io posso essere il centro del mondo.
Io sono sempre presente
son disposto a qualsiasi bassezza
per sentirmi importante
devo fare presto
esaltato da questa mania
di affermarmi ad ogni costo
mi inflaziono, mi svendo
io voglio essere il centro del mondo.
Io non rispetto nessuno
se mi serve posso anche far finta
di essere buono
devo dominare
sono un essere senza ideali
assetato di potere
sono io che comando
io devo essere il centro del mondo.
Io vanitoso, presuntuoso
esibizionista, borioso, tronfi o
io superbo, megalomane, sbruffone
avido e invadente
disgustoso, arrogante, prepotente
io, soltanto io
ovunque io.
La parola io
questo dolce monosillabo innocente
è fatale che diventi dilagante
nella logica del mondo occidentale
forse è l'ultimo peccato originale.
Io.
Giorgio Gaber
"Vivere tra la gente è sentirsi foglia sbattuta. Viene il bisogno di isolarsi, di sfuggire al determinismo di tutte quelle palle di bigliardo. Così ognuno di noi possiede una mitologia personale (fievole eco di quell’altra) che dà valore,un valore assoluto,al suo mondo più remoto, e gli riveste povere cose del passato con un ambiguo e seducente lucore dove pare, come in un simbolo, riassumersi il senso di tutta la vita."
Cesare Pavese
Fabrizio De André, Ed avevamo gli occhi troppo belli
Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito.
Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura.
Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura.
Vi racconto la mia Oriana.
Ho sempre avuto l'ossessione della dignità e pensato che la cosa più importante fosse vivere con dignità, ora so che c'è una cosa ancora più difficile, ancora più importante che aver vissuto con dignità: è morire con dignità. E questa è, questa sarà, la vera prova del fuoco.
(Citato nel documentario di Enrico Mentana Oriana Fallaci: storia di un'italiana, visibile su YouTube (minuto 6:10))
“Il mio mestiere era questo: raccontare e criticare, criticare e raccontare, nient’altro. Una cicala in un mondo di api. Avevo rinunciato a essere un’ape tanti anni fa, quando per la prima volta m’ero messa dinanzi a una macchina da scrivere e m’ero innamorata delle parole che uscivano come gocce, a una a una, poi restavano sul foglio bianco, a una a una, e ogni goccia diceva una cosa che detta a voce sarebbe volata, lì invece si condensava: buona o cattiva che fosse. Era stato come innamorarsi di un uomo mentre ami già un uomo, perder la testa per lui e abbandonar l’altro: ben sapendo che l’altro è un uomo migliore, un uomo più serio, un uomo col quale avresti potuto usar bene la vita.”
(Oriana Fallaci, “Se il sole muore”)
Ma il niente è da preferirsi al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente.(Oriana Fallaci, "Lettera a un bambino mai nato")
Qualche giorno fa, vi ho chiesto di raccontarmi la vostra Oriana. Nell'attesa, vi racconto la mia.
Voglio iniziare da quello che mi ha insegnato. Dignità. Il rispetto della propria persona, lei ha acuito in me questo senso del dovere, questo atto dovuto, questo obbligo verso se stessi.
La grafia è un dono. La capacità che ha (io non riesco ad usare il passato, se parlo di lei) di vestire d'inchiostro i suoi pensieri. Ricordo che, quando lessi il passo de "Se il sole muore" sopra riportato, pensai: "Perbacco, sono anni che cerco di spiegare cosa la scrittura sia per me e non ci sono mai riuscita. Grazie Oriana."
L'imprescindibilità dei sentimenti (positivi o negativi che siano), l'invivibilità nell'a-pathos. Semplicemente il nulla che non è MAI da preferire al soffrire. Parlo io che ho conosciuto, e ancora conosco, l'a-pathos.
Indescrivibile il numero di emozioni che i suoi libri (e non solo) mi hanno regalato. Contrastanti, talvolta incerte e confuse, ma sempre forti. Mai le sue parole mi hanno lasciato indifferente. Dalla commozione di "Lettera a un bambino mai nato", all'alternarsi di sentimenti della sua trilogia (ad oggi, per molteplici motivi, i libri a cui sono più legata), passando per l'intenso "Niente e così sia" (il libro che più di tutti ha forgiato/forzato la mia crescita), le perfezione del (per me) dittico "Se il sole muore" - "Quel giorno sulla luna", e "arrivando" (in un'ipotetico crescendo) ai brividi della MAGNIFICENZA di "Un uomo". (Potrei continuare all'infinito, citando ogni libro ed ogni articolo, ma non voglio dilungarmi, tediandovi).
Troppi pochi anni di lei nella mia vita. L'ho incontrata solo dopo la sua morte (fisica). Me ne rammarico, tanto.
Le devo molto, troppo.
So ancora così poco. Voglio sapere talmente tanto.
Dove mi porti, mia arte?
“Dove mi porti, mia arte?/in che remoto/deserto territorio/ a un tratto mi sbalestri?/ In che paradiso di salute,/di luce e libertà,/arte, per incantesimo mi scorti?/Mia? Non è mia quest’arte,/la pratico, la affino/le apro le riserve/umane del dolore,/divine me ne appresta/lei di ardore/ e di contemplazione/ nei cieli in cui mi inoltro.../oh mia indecifrabile conditio,/mia insostituibile incarnazione!”.
Simone Martini
Simone Martini
Consapevole nascita di un sentimento
Parlare sottovoce per sentire il respiro dell'altro.
Non parlare per respirare a ritmo dell'altro.
Silenzi che riempiono vuoti.
Discorsi fatti con parole non dette.
Pensieri che si intrecciano, senza nemmeno incontrarsi.
Sospiri che spezzano il flusso dei desideri inespressi.
Non parlare per respirare a ritmo dell'altro.
Silenzi che riempiono vuoti.
Discorsi fatti con parole non dette.
Pensieri che si intrecciano, senza nemmeno incontrarsi.
Sospiri che spezzano il flusso dei desideri inespressi.
05.09.2013
Valentina Martorana
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