domenica 15 dicembre 2013

#storiadiunadipendenza

Una domanda che mi viene posta frequentemente è: "com'è che si scrive un libro? Com'è che tu hai pensato di scriverne uno, da dove hai iniziato?". Trovo sempre difficile dare una risposta, perché in realtà io non avevo alcuna intenzione di farlo. Non l'ho mai nemmeno ritenuto alla portata delle mie capacità. 
Io scrivo. Semplicemente. 
Potrò farlo bene o male, potrò scrivere cose interessanti o meno, ma io scrivo. Scrivere è una medicina. Cura i miei rimpianti e, soprattutto, allevia i miei rimorsi. In che modo cura, in quale altro allevia? Permettendomi di immaginare come sarebbe stato meglio che andasse e cosa sarei stata in grado di fare.
E' un po' come una macchina del tempo. E' un po' come tornare indietro e mettere i puntini sulle "i". 
Intorno ai miei 20 anni, una persona a me molto cara ha attraversato un periodaccio (termine che sembra essere quasi un eufemismo, se contestualizzato in quella che era quella realtà lì). Le sue paure, le mie paure, le sue cadute, le sue piccole vittorie, i suoi tentativi di ricominciare sono stati completamente riversati su un foglio bianco. Quasi giornalmente, anche più volte al giorno. Ne è venuto fuori un piccolo diario che è riuscito a commuovere quei pochi amici che lo hanno letto (quasi a tradimento). Non c'erano nomi, non c'era alcun riferimento al problema in questione: i furtivi lettori si sono ritrovati al punto da chiedermi se quelle pagine parlassero di loro. 
E' stato in quel momento che ho capito di avere tra le mani non certo un best seller, ma sicuramente una piccola medicina. 
Sono passati 4 anni dal giorno in cui mandai quelle poche decine di pagine alla casa editrice, ne sono passati almeno 7 (se non di più) da quando quelle pagine sono state scritte. Ero poco più che un'adolescente all'epoca. Lo si può anche evincere dalla scrittura acerba. Dovessi riscriverlo adesso, lo farei con una maturità diversa, con una consapevolezza diversa, magari sarebbe anche migliore... Non sarebbe però la stessa cosa, non puoi trasmettere un'emozione (positiva o no che sia) meglio di quando la stai vivendo.
Non pochi hanno snobbato il mio libro perché è stato pubblicato "a pagamento". Gli scrittori, quelli veri, diffidano dall'editoria a pagamento ed è giusto. Chi della scrittura vuole farne una professione non può certo pagare per vedere pubblicati i suoi lavori, sarebbe un po' un controsenso. Io, però, non avevo certo l'intenzione di voler fare i soldi con questo mio libricino, bensì trasmettere un messaggio che, con mia molta fierezza, è stato ben compreso. Quando a lavoro una signora si complimenta con me per il libro e, d'un tratto, con un filo di voce e gli occhi un tantino lucidi, mi dice che lo aveva passato a suo nipote, nella speranza (non tanto inconscia) potesse essergli d'aiuto in questo periodo difficile per lui, non posso non essere orgogliosa di come sia stato ben interpretato questo libricino. Piccolo, semplice, ma con un messaggio, evidentemente, chiaro.



Questo è #storiadiunadipendenza

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